Ce lo sentite ripetere spesso: siamo orgogliosi di essere specialisti nel packaging di alluminio. È un materiale che può davvero essere definito ecologico, perché può essere riciclato al 100% e all’infinito con un dispendio energetico inferiore del 95% alla produzione da materia prima. 

Tuttavia, recentemente si sono susseguiti diversi scandali che hanno messo in evidenza il greenwashing operato da molte aziende, anche ben conosciute, e questo ha contribuito a rendere il pubblico diffidente. Ha cominciato a serpeggiare l’idea che anche nel mondo dell’alluminio esista un possibile “greenwashing”: in pratica, che non sia poi così ecologico come si vuol far credere.  

Cosa c’è di vero?  

Proviamo a fare chiarezza, con un necessario “alert”: noi non siamo un giornale ma un’azienda che lavora proprio con l’alluminio. Anche se ci impegneremo ad essere obiettivi, siamo consapevoli di apparire “di parte!”. Tuttavia, il lettore sarà libero di filtrare le informazioni in quanto la nostra posizione è chiara e alla luce del sole: si può sempre dire lo stesso di chi diffonde news sui social media, magari dietro pseudonimo? 

Alla base del greenwashing: la mancanza di riferimenti certi 

Si fa presto a dire “green”: il problema è dimostrarlo.  

Come si misura l’impatto ambientale di un prodotto? E come si stabilisce che un materiale è più ecologico rispetto ad un altro? Sono domande tutt’altro che banali perché si tratta di mettere a comparazione elementi molto diversi fra loro. E anche i parametri di riferimento cambiano.

Le normative purtroppo faticano a stare al passo e non possiamo dire che esistano ancora oggi standard ben definiti in tutti i settori: di conseguenza, si creano formidabili “zone grigie” in cui bastano frasi ben modulate ed eleganti omissioni per far passare come “ecologico” anche ciò che non lo è (o lo è di striscio…). Vediamo alcuni esempi. 

Le zone grigie da trasformare in “verdi” (Grey zones to wash green) 

Pensiamo al carbon footprint. Molte aziende si vantano di essere “carbon free” ovvero di basarsi solo su energie rinnovabili. Ma per essere veramente attendibili, dovrebbero stimare la produzione di CO2 non solo relativa al ciclo produttivo ma a tutta la filiera, dall’estrazione dei materiali fino alla catena distributiva.  

Gli stessi termini “green” e “sostenibile” possono rivelarsi insidiosi, perché non sono sinonimi: “verde” è ciò che riguarda la salute dell’ambiente, l’ecologia e il benessere che ne consegue, ma tutte qualità riferite al momento presente, mentre l’aggettivo “sostenibile” porta con sé un significato più ampio, anche a livello sociale ed economico, altre ad abbracciare un orizzonte temporale che coinvolge anche le future generazioni.

Se un prodotto è “green” non è detto che sia anche sostenibile. È il caso, ad esempio, di alcuni materiali tessili spacciati per ecologici perché magari derivano da fonti vegetali “bio”, ma la cui produzione richiede un grande consumo di suolo e risorse idriche.  

Anche il termine “scarto”, riferito al riciclo, andrebbe chiarito. Distinguiamo tra scarti di produzione industriale (PIR post industrial scrap) e scarti post consumo (PCR post-consumer scrap), ovvero quelli recuperati dopo che il prodotto ha terminato il suo ciclo d’uso e viene gettato via (divenendo appunto uno scarto). Va da sé che l’impatto ambientale più importante deriva proprio da questi ultimi, perché molto più numerosi e più complessi da recuperare. Per cui se un materiale si dice “ecologico” perché permette il recupero e il riciclo degli scarti, dovremmo innanzitutto chiederci di quali scarti stiamo parlando (e magari pretendere un chiarimento).  

Alluminio e Greenwashing: i punti deboli 

La filiera dell’alluminio può mostrare punti deboli sotto questi punti di vista? Ebbene la risposta è: sì!  Si tratta anche in questo caso di “zone grigie” della comunicazione che è opportuno analizzare in dettaglio: 

Quando dicono… 

  1. “Non è vero che l’alluminio è 100% riciclabile”. 

L’affermazione è falsa: l’alluminio è davvero riciclabile al 100% e con basso dispendio energetico. Si stima che ben il 75% dell’alluminio prodotto nel mondo sia ancora in circolazione!  

  1. “Non è vero che l’alluminio viene sempre riciclato” 

L’affermazione purtroppo è vera. Il “mito” dell’alluminio riciclabile è stato spesso enfatizzato dalla filiera industriale, che ha incoraggiato la visione di una virtuosa filiera circolare. Purtroppo siamo ancora ben lontani dal produrre alluminio solo da materiale riciclato.

Secondo lo IAI (Istituto Internazionale dell’Alluminio) la produzione da materia prima si attesta ancora al 66% e quella da materiale riciclato (seppure in costante crescita) “solo” al 34%. Questo anche a causa di due fattori: il primo sono le normative stringenti che regolamentano alcuni settori, come quello farmaceutico, dove viene esplicitamente richiesto l’utilizzo di imballaggi prodotti a partire da materia prima per evitare anche la minima possibilità di impurità.

Farmaci a parte, forse in alcuni casi si potrebbe aprire maggiormente al riciclato. Il secondo fattore è la fattibilità del recupero: ed è qui che entra in gioco la differenza tra scarti di produzione e scarti post-consumo. Gli scarti di produzione vengono recuperati abbastanza facilmente, perché sono le stesse aziende che lavorano l’alluminio a occuparsene (Favia e Perfektüp recuperano la totalità degli scarti di produzione e li inviano direttamente ai consorzi di recupero).

Per quanto riguarda gli scarti post consumo, entrano in gioco la sensibilità dei consumatori finali nel momento di smaltire i rifiuti e la capacità delle organizzazioni locali di recuperare l’alluminio prima che finisca in discarica. L’Italia in questo senso è un’eccellenza, anche grazie all’instancabile lavoro di Consorzio CIAL : nel 2021 ha riciclato oltre il 67% dell’alluminio immesso sul mercato (ovvero 52.900 tonnellate). Ma in assenza di una simile organizzazione, anche l’alluminio rimane un rifiuto. 

 Quindi: 100% riciclabile, sì! 100% riciclato… ancora no. 

  1. “Non è vero che l’alluminio è un prodotto carbon-free, ovvero ottenuto senza l’uso di combustibili fossili”. 

L’affermazione è vera. La “colpa” anche in questo caso è di una narrativa troppo ottimistica. L’industria dell’alluminio si basa effettivamente su energie rinnovabili, di solito sull’idroelettrico, specialmente nei processi che coinvolgono la materia prima. Si potrebbe arrivare a qualificare alcune aziende produttrici come “low-carbon” ma per definirle “carbon free” dovrebbero dimostrare che l’impatto di CO2 resta basso durante tutta la filiera, dall’estrazione della bauxite alla lavorazione dell’alluminio fino alla distribuzione (che dovrebbe avvenire solo su rotaia o veicoli elettrici…). Dobbiamo però ancora una volta distinguere tra la produzione di alluminio da materia prima e produzione da materiale riciclato, che richiede ben il 95% di energia in meno! 

Quindi: carbon free, no, low-carbon: sì (ma solo se viene correttamente gestita la filiera). 

  1. “Non è vero che l’alluminio è sostenibile” 

L’affermazione è falsa. Se la “sostenibilità” è la capacità di fruire di un bene preservando il diritto delle nuove generazioni a fare altrettanto, allora l’alluminio è il materiale sostenibile per eccellenza. O perlomeno, lo è in potenza: sta a noi fare in modo che lo diventi davvero nei fatti. Questo è possibile solo se tutti facciamo la nostra parte: l’industria estrattiva, le aziende che si occupano di applicazioni industriali, passando per i consorzi del riciclo e i legislatori, fino al consumatore finale.  

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