Il 2025 spaventa brand e produttori di tutto il mondo. E stavolta la causa non è la pandemia, o meglio, non direttamente. Si tratta di un anno che dovrebbe rappresentare lo stop definitivo a tutti i packaging, specie monouso, realizzati in materiali non riciclabili.

Sono molte le nazioni che hanno già imposto dei veri e propri ban alla plastica, prima fra tutti l’Australia, che già a partire dallo scorso anno, ha introdotto il divieto di vendita, fornitura e distribuzione di prodotti in plastica monouso, quali cannucce e posate. 

A seguito, quindi, dei proclami allarmanti – del tutto giustificati, sia chiaro – degli enti e governi a tutela del pianeta, brand e produttori si sono decisi a scendere in campo, schierandosi in prima linea a favore dell’ambiente.

Sembrerebbe il classico epilogo di una bella favola, ma purtroppo le cose stanno diversamente. 

Le promesse di sostenibilità dei brand

Basta informarsi un po’ in rete per leggere tutti i comunicati stampa delle più grandi multinazionali, che con orgoglio dirompente, comunicano le proprie “promesse green entro il 2025”: improvvisamente la salute del pianeta terra è diventata un problema urgente e non più trascurabile.

Si tratta per lo più industrie alimentari o cosmetiche, che proprio fino a qualche mese fa (per non dire settimane), riempivano i cestini della raccolta differenziata dei consumatori con gli imballaggi – spesso anche inutili – dei propri prodotti. 

Tra le promesse di sostenibilità si legge l’impegno ad adottare packaging 100% riciclabili, la rinuncia o il ridimensionamento dei cosiddetti packaging secondari e la sensibilizzazione verso la corretta differenziazione dei rifiuti attraverso campagne di comunicazione mirate.

Obiettivi di tutto rispetto sia chiaro, ma che inevitabilmente si scontrano con una realtà produttiva e sociale assolutamente non pronta per questo tipo di cambiamento.

Il grande rischio, in questi casi, è che queste promesse sostenibili finiscano per diventare un’arma a doppio taglio: se da un lato sono gli stessi consumatori a chiedere e ad apprezzare la svolta green delle big industries, dall’altro non portarla a termine implicherebbe probabilmente un danno non indifferente in termini di immagine aziendale.

E il rischio di incappare nel fenomeno del greenwashing è veramente altissimo.

Perché la volta eco-friendly delle aziende è ancora un miraggio

È la società di ricerca Gartner.Inc che rincara la dose, con un comunicato stampa sul proprio sito web, in cui afferma che ben il 90% delle iniziative prese a favore del packaging sostenibile non verranno portate a termine entro il termine ultimo fissato nel 2025.

La causa principale starebbe proprio nella difficoltà per i consumatori e per le aziende stesse di far fronte a un cambiamento di tale portata in così poco tempo.

In poche parole, non siamo ancora pronti.

La società dichiara, ad esempio, che la maggior parte delle materie plastiche in uso per la produzione di imballaggi e prodotti non sono completamente riciclabili e quindi la maggior parte dei packaging di fatto non vengono riutilizzati.

Ma il problema non sta solo nei materiali: le infrastrutture per il riciclo della plastica non sono ancora sufficientemente sviluppate per poter sostenere così grandi quantità di materiale. Il rischio è quindi di non poter assicurare il corretto approvvigionamento dei materiali e quindi causare importanti rallentamenti nella produzione. 

Come adempiere agli impegni green entro il 2025?

Ma non tutto è perduto: stravolgere l’intero sistema di produzione non è l’unica soluzione.

Si potrebbe partire adottando campagne di comunicazione realmente efficaci, atte a sensibilizzare sempre più un consumatore che sì, è consapevole del problema, ma non ancora a sufficienza da portarlo a scelte del tutto eco sostenibili. Per questo scopo, le aziende potrebbero quindi promuovere l’uso di packaging riutilizzabili (per detergenti o prodotti per la cura del corpo, ad esempio) e ideare campagne marketing che abbiano lo scopo di incentivare la corretta raccolta differenziata dei rifiuti, anche attraverso premi e scontistiche.

Ma non è tutto.

In questa frenesia ecologica, sono ancora poche le aziende che stanno pensando a rivalutare completamente la scelta del packaging: si parla dell’uso di nuovi materiali – spesso anche impropriamente definiti sostenibili – o addirittura alla vendita di prodotti da scaffale senza alcun imballaggio. In realtà la soluzione sta nel dare uno sguardo al passato, alle soluzioni che anni fa, prima dell’avvento della plastica, rendevano i prodotti trasportabili e comodi da usare.

Il tubetto di alluminio ne è un esempio: è stato il primo packaging dell’industria cosmetica e artistica ed è ancora largamente utilizzato nell’industria alimentare per salse, condimenti e creme dolci.

L’uso di questo packaging, così versatile, igienico e comodo, permetterebbe a molti produttori di adempiere pienamente alle proprie promesse green, proprio perché è 100% riciclabile e di facile reperibilità.

Noi di Favia lo sappiamo bene: produciamo tubetti in alluminio dal 1934, offrendo una soluzione di packaging eco-friendly a tutte le aziende che negli anni hanno deciso di prendersi cura della salute del pianeta.

Nello specifico, ToBeNatural – il nostro tubetto con corpo in alluminio e capsula in polimero compostabile – riesce a rispondere appieno anche alle richieste di sostenibilità più esigenti.

La scelta di questo tipo di packaging risulterebbe quindi ideale per farsi trovare pronti alla temuta scadenza del 2025.

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