Scegliere un packaging “snello” non è solo una scelta sostenibile a favore dell’ambiente: è anche un modo per rispondere a una reale richiesta del mercato. Lo conferma una recente ricerca condotta dalla società italiana DS Smith e ripresa dal magazine Packaging Europe (qui l’articolo originale). Il progetto ha coinvolto circa 2 mila cittadini UK. I risultati devono farci riflettere:  

  • Il 43% degli intervistati dichiara di sentirsi “frustrato” quando, acquistando un prodotto retail, si trova davanti una scatola con un packaging eccessivo;  
  • Il 41% ammette di preferire packaging realizzato con materiali provenienti da fonti sostenibili; 
  • Il 30% vorrebbe un packaging waterproof 
  • Il 32% dichiara di apprezzare un packaging modellato sulla forma dell’oggetto contenuto. 

Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante perché dà luogo al fenomeno del cosiddetto “air commerce”: vi sarà capitato di ordinare online un oggetto piccolo, magari dalla forma irregolare (come un manubrio da ginnastica o un tubetto di colla extrastrong) e vedervelo recapitare all’interno di una scatola oversize, avvolto in stracci di carta o in palline di polistirolo per compensare i vuoti. Ai fini del trasporto, questi accessori d’imballaggio hanno un peso lieve ma incidono fortemente sull’ingombro. DS Smith ha provato a stimare l’impatto di questi “vuoti per pieno”:  

  • 169.291 tonnellate di cartone non necessario (perché di fatto serve a contenere aria); 
  • 80 milioni di metri quadri di materiali da riempimento (polistirolo, airball etc) 
  • Un utilizzo extra di plastica da imballaggio pari a 410 milioni di metri quadri. 

Sul piano logistico, si stima equivalga a circa 5 milioni di consegne non necessarie all’anno (pari a oltre 86 tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera inutilmente).  

Leggendo questi numeri viene naturale pensare ai marketplace online; ma nella classica GDO le cose non sono poi così diverse. Il cosiddetto “packaging secondario” è infatti sovra utilizzato per diverse ragioni. Un esempio classico riguarda proprio i tubetti, in quasi tutte le loro applicazioni. Per i farmaci è comprensibile, dal momento che devono necessariamente contenere il foglietto informativo. Ma anche i dentifrici, le salse come maionese e paté, ma anche molte creme cosmetiche, difficilmente si presentano sullo scaffale senza una scatola.

L’immancabile “cardbox” viene adottata principalmente per dare maggiore visibilità ai prodotti e… rendere più semplice impilarli! Esiste certamente anche una funzione protettiva, specialmente nei riguardi dei tubetti deformabili in alluminio: basta toccarli per lasciare un segno che ricorda un’ammaccatura e un’estetica “sgraziata” non invoglia all’acquisto. Si tratta però solo di apparenza: il prodotto all’interno è perfettamente al sicuro. Ma allora non sarebbe più saggio adoperarsi per cambiare la mentalità dei consumi? Dopotutto, un tubetto “ammaccato” è indice di sostenibilità: significa che il materiale di cui è composto è l’alluminio, che essendo al 100% riciclabile all’infinito merita davvero la “palma d’oro” della sostenibilità.  

Ci aveva provato già nel 2019 il blogger Alan’s Theory, che aveva lanciato la mobilitazione #noboxtoothpaste per spingere le persone ad acquistare dentifrici senza cardbox: l’odiata scatola n cartone, infatti, finisce nel cestino appena arrivati a casa, e questo nonostante incida sul prezzo del prodotto. L’iniziativa risale a prima della pandemia ma oggi torna prepotentemente attuale, data la scarsità di materie prime e il conseguente rialzo dei prezzi.  

Qualcosa fortunatamente sta cambiando, e lo vediamo anche dalle piccole cose, come gli espositori da counter in cui i tubetti appaiono in ordinate file verticali. Online e Offline, le alternative esistono, ed è finalmente arrivato il momento di adottarle.   

Cambiare abitudini conviene due volte: all’ambiente e… al portafoglio!