Il mondo del Packaging farmaceutico non può più prescindere dalla sostenibilità. Non si tratta del solito auspicio delle associazioni ambientaliste, ma di una concreta richiesta della World Health Organization, che da anni incoraggia le nazioni a intraprendere politiche in grado di incoraggiare il corretto smaltimento dei rifiuti medicali e farmaceutici.

Fino a qualche anno fa, la scelta del packaging di un farmaco era dettata soprattutto da due aspetti fondamentali: la sicurezza e l’affidabilità, in modo che ne venisse assicurata l’integrità durante tutte le fasi della distribuzione. A questo si aggiungeva, per alcuni farmaci, la praticità d’uso da parte degli utilizzatori finali. Finalmente, a questo corto elenco si aggiunge anche la sostenibilità!

Qualcuno potrebbe obiettare che l’incidenza del settore sull’enorme quantitativo di rifiuti prodotto ogni anno è decisamente contenuto rispetto ad altri settori (si pensi alle bottiglie in plastica); ma nel caso dei farmaci, la situazione è decisamente più complessa.

In Italia lo smaltimento dei farmaci, considerati rifiuti speciali, è disciplinato dal decreto del Presidente della Repubblica del 15 luglio 2003, n. 254 (“Regolamento recante disciplina della gestione dei rifiuti sanitari a norma dell’art. 24 della legge 31 luglio 2002, n. 79”); l’Unione Europea ha ovviamente le sue linee guida ma ogni Paese prevede precise normative (ad esempio, qui le disposizione della FDA statunitense). 

Quando si parla di riciclo, è infatti indispensabile distinguere tra il packaging che resta contaminato dal contatto diretto col prodotto (come tubetti e flaconi), da quello incontaminato, ad esempio le scatole di cartone che li avvolgono e troviamo solitamente sugli scaffali delle farmacie. In quest’ultimo caso, il riciclo è relativamente semplice, basta raccogliere adeguatamente i rifiuti e predisporli per lo smaltimento in impianti appositi. Ma nel caso del packaging contaminato serve un livello di attenzione in più: la sostanza con cui il packaging entra in contratto potrebbe infatti rendere molto più difficoltoso lo smaltimento.

Nel caso si tratti di alimenti, come salse o succhi di frutta, non ci sono grossi problemi: a seconda dei casi, il packaging può venire ripulito e recuperato (es vasetti di vetro o tubetti in alluminio) oppure incenerito (es. scatole di cartone dei surgelati). Ma quando si tratta di farmaci? In alcuni casi, i residui rimasti all’interno del packaging primario possono agire a livello chimico fino a compromettere il processo di riciclo. Questo vale in particolare per i materiali compostabili: non conoscendo esattamente la composizione chimica della crema o pomata contenuta nel tubetto, non possiamo essere certi che contenga solo sostanze compostabili. Il contenuto potrebbe quindi compromettere il celebrato “ritorno alla natura” del packaging compostabile

Nel Pharma, decontaminare completamente il packaging primario tanto da poterlo riciclare e riutilizzarne il materiale in sicurezza è utopico; le alternative sono l’incenerimento o lo stoccaggio in discariche apposite. Ma anche in questi casi occorre considerare le conseguenze: cosa accade a determinate sostanze se vengono bruciate? Possono liberare gas nocivi? E se vengono stoccate, nel tempo, possono liberare sostanze in grado di penetrare il terreno e magari percolare nelle falde acquifere?

Come evince da queste riflessioni, quindi, il recupero del packaging farmaceutico è senz’altro un tema di primaria importanza e le case farmaceutiche non possono più considerarlo come un aspetto collaterale: la salute umana è strettamente vincolata alla salute del pianeta, e occuparsi della prima ignorando la seconda è di fatto una contraddizione in termini. Per questo, la WHO incoraggia le aziende farmaceutiche a considerare il grado di riciclabilità dei propri prodotti alla fine del loro ciclo d’uso, cercando di privilegiare, laddove possibile, packaging con un minor impatto ambientale. Si tratta, insomma, del principio del “sustainability by design” finalmente applicato al mondo del Pharma.

Certo, non si tratta di un passaggio semplice, anche perché il packaging farmaceutico è strettamente regolamentato da normative stringenti, vòlte a tutelare il consumatore finale. Quando un nuovo farmaco esce sul mercato, viene sottoposto a rigorosi test che includono anche il suo packaging. Se il packaging cambia, il farmaco deve essere nuovamente sottoposto a tutta la procedura di regolatorio, con evidente dispendio di tempo e di costi, e questo contribuisce a rendere le case farmaceutiche decisamente “conservatrici” riguardo alle proprie scelte di packaging, spingendole a compromessi comprensibili ma poco efficaci sul fronte della sostenibilità.

Ad esempio, continuando a utilizzare packaging in plastica ma riducendone il peso. Si tratta del cosiddetto “lightweighting” : secondo il recente report della PMMI (Association for Packaging and Processing Technologies) denominato ““Pharmaceutical Manufacturing, Trends Shaping the Future.” ben il 67% dei produttori di farmaci lo indica come strategia per la sostenibilità ambientale. Un dato che evidenzia come ci sia ancora reticenza ad aprirsi a veri cambiamenti.

Il legislatore su questo fronte può fare molto, incoraggiando maggiori aperture verso i materiali innovativi, come i biopolimeri, e processi in grado di produrre un risparmio in termini di energia e materiali. In questo senso stanno trovando una crescente applicazione persino le stampanti 3D! Ma questa complessa transizione è solo agli inizi ed è comprensibile che le aziende farmaceutiche dimostrino prudenza, per timore di impantanarsi in paludi normative.

Qualcosa però sembra muoversi: gli organizzatori di Connect in Pharma, celebre evento dedicato al mondo farmaceutico, hanno annunciato i vincitori dei Sustainable Medicines Packaging Awards, che riceveranno il premio in presenza durante la cerimonia che si svolgerà a Ginevra il prossimo settembre. Il premio si articola in due categorie: Design Award, che si focalizza su materiali, componenti, ma anche dimensioni e forme del packaging in grado di ridurre l’impatto ambientale, e Circularity Award, che si concentra invece sull’innovazione sostenibile in termini di processi produttivi, distribuzione, logistica ed economica circolare.

L’Europa ha tutte le carte in regola per diventare leader in questa rivoluzione: esistono molte realtà d’impresa che puntano all’innovazione sostenibile, anche nel Pharma. Ma nell’immediato, almeno per alcuni prodotti, esiste già una soluzione di packaging consolidata, che compie con tutte le regolamentazioni del settore ed è già ben nota al pubblico finale: il tubetto di alluminio.

L’alluminio è riciclabile al 100% e all’infinito, senza mai perdere le qualità originali. E il suo processo di riciclo richiede meno energia rispetto alla produzione da materia prima.

Per Regolatorio, i tubetti farmaceutici in alluminio nascono sempre da materia prima non riciclata, per consentire il grado di purezza che ne rende possibile la lavorazione assicurandone l’integrità. Ma una volta terminato il suo ciclo d’uso, se correttamente smaltito, il tubetto in alluminio può essere recuperato e destinato ad altri utilizzi: il più comune, è la creazione di profilati di alluminio per l’edilizia, in particolare per i serramenti! Ecco quindi che un prodotto usa – e – getta può trasformarsi in un bene durevole, che può durare decenni (per poi venire nuovamente riciclato!).

Il Tubettificio Favia vanta oltre 80 anni di esperienza nella produzione di tubetti deformabili in alluminio per l’industria farmaceutica: abbiamo lavorato a fianco di importanti realtà italiane e internazionali ed accumulato un know how unico nel comprendere le esigenze della filiera. Contattateci per saperne di più: saremo lieti di rispondere a tutte le vostre domande e inviarvi un campione di tubetti!